Alessio Deli

Alessio Deli rivisita con maestria la grazia e la bellezza misteriosa delle donne rinascimentali scolpite da Francesco Laurana, da Verrocchio o da Jacopo della Quercia, unendo i materiali tradizionali della grande scultura alla ricerca sui nuovi materiali e sui materiali di recupero nata col Futurismo e giunta !no all’Arte Povera e oltre, in una ricerca che ha avuto il suo apice nell’opera di Alberto Burri insieme a quella di Ettore Colla, Mimmo Rotella e Jannis Kounellis. In questo modo Deli sembra dialogare col passaggio del tempo, con lo splendore e la rovina del mondo, mettendo in evidenza il disastro ambientale fatto di scorie e di ri!uti, ma lasciando aperta la strada a una possibilità di rinnovamento. La capacità del giovane artista, infatti, non è solo quella di lavorare con il ready-made in senso installativo, ma anche di creare un’armonia tra il polimaterismo e la sua capacità di modellare e comporre le anatomie e i volti, con una qualità formale da scultore antico che nella sua leggerezza si redime da ogni possibile accademismo evidenziando invece una !nissima intensità di immaginazione e realizzazione iconica. Così, come un !ore nato in luoghi contaminati e in rovina, la grazia lieve delle donne di Deli sboccia dal metallo arrugginito e dalla materia corrosa, metafora di una bellezza che trova sempre la sua via di rinascita: dunque, grazie alla sua abilità manuale, alla sua capacità costruttiva e alla sua visione scenica, Deli crea cicli suggestivi di sculture che compongono una sorta di denso ed elegante racconto !gurativo. Queste !gure si collocano dunque come sacerdotesse ieratiche, vergini custodi di riti e di culti perduti, vestali che nella loro solennità ci pongono di fronte a enigmi inquietanti, portatrici di messaggi superiori destinati a essere interpretati come segni di misteri ultraterreni. Oppure, probabilmente, queste dame antiche, dalle vesti al contempo pesanti e lievi, sembrano provenire da antichi cicli cavallereschi, da codici miniati o da arazzi dove giocano con unicorni in giardini di rose, da affreschi di palazzi svaniti nel nulla dove un tempo danzavano lievi e felici sulle corde di musiche celesti per tracciare incorporei percorsi esoterici.

(Lorenzo Canova)

 

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